Cambogia

Sul finire del 2011 contatto l’amico Renzo, di RAM Viaggi, chiedendo informazioni se a breve sarebbe partito un viaggio per il Viet Nam, “purtroppo no”, è la sua risposta, ma mi propone la Cambogia. Affascinato da sempre da questo paese tormentato, e con una storia alle spalle molto interessante, non mi resta che preparare i bagagli.

Siamo in 6 a partire per questo viaggio, compreso Sergio, il nostro mediatore culturale, che ci attende in Thailandia. Dall’Italia un breve scalo ad Abu Dabhi, per poi proseguire verso Bangkok. Una notte nella capitale thailandese e poi l’ultimo volo per Siemp Reap, dove arriviamo nel primo pomeriggio del 2 febbraio. Prendiamo possesso delle nostre camere, presso una locale guest house a conduzione familiare, poi via per una passeggiata a piedi. Incontriamo il monaco buddista Somnieng Hoeurn della Life and Hope Association e iniziamo quindi la visita di questo centro, con il suo laboratorio di sartoria; al termine dell’incontro consegniamo alcuni indumenti per bambini portati dall’Italia.

Fondata nel 2005 presso un popolare tempio buddhista di Siem Reap, la Life an Hope Association parte da una scuola che cerca di impiegar quanti più ragazzi possibili, e nel 2007 accoglie 24 insegnanti e 400 allievi. Servono loro un dollaro al mese per bambino, onde poter offrire un pasto al giorno alle scolaresche – il grimaldello attraverso il quale le famiglie povere accettano di solito di mandare figlio o figlia alle lezioni piuttosto che a dar loro una mano nel lavoro. Altra attività è la formazione professionale, con corsi per giovani donne che durano sette mesi – il 2007 è il primo anno, vi sono 27 ragazze. Il terzo progetto è la gestione di un orfanotrofio a 30 km da Siem Reap, che nel 2007 ospita una trentina di ragazzini, alcuni sieropositivi. Oltre a queste attività, LHA partecipa attivamente ai coordinamenti delle ong di sviluppo cambogiane, e lavora a sostegno e nella sensibilizzazione di diversi villaggi delle comunità della regione. Mentre RAM Viaggi interagisce regolarmente col personale di questa ong, con la visita preliminare a Wat Damnak e un’altra vsita al loro lavoro presso l’orfanatrofio/scuola, Associazione RAM (che si occupa di commercio equo) sta supportando una piccola attività di artigianato per la generazione di reddito. E’ stato completato un primo ordine di acquisto di manufatti in seta, attualmente in vendita presso alcune “botteghe del mondo” italiane.

RAM Viaggi

Terminiamo il primo giorno presso il night market, nel centro di Siem Reap; un quartiere nato e cresciuto in seguito al sempre maggior numero di turisti, meta ideale dello svago notturno, dove i locali si alternano tra ristoranti, alberghetti e tutto ciò che l’industria del turismo può offrire, nel bene e nel male. La serata si conclude con la cena in un ristorantino, dove assaggiamo il tipico piatto della cucina cambogiana: l’amok; è il piatto più famoso della cucina khmer, un filetto di pesce fresco ricoperto di kroeung 1 ed arrostito con noccioline, latte di cocco e uova. In alcuni casi viene cotto avvolto in foglie di banano, in altri invece viene bollito e servito come una zuppa di pesce.

School of Arts

School of Arts

La mattina seguente ci spostiamo subito presso la School of Arts, una scuola di danza tradizionale finanziata dal CIAI. Qui gli studenti apprendono l’arte della danza tradizionale, andata persa a seguito del regime dittatoriale dei Khmer Rossi. La riscoperta delle tradizioni è assegnata ai pochi sopravvissuti e ad alcuni testi antropologici, rinvenuti in alcune biblioteche di Parigi. 

School of Arts è una Scuola d’arte per bambini che permette di recuperare e mantenere in vita la tradizione locale cambogiana relativa a danza, musica, costumi. Questa scuola è supportata dalla ONG italiana CIAI e da Aspeca. La sua sede è a Siem Reap.
Il CIAI, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, è una Ong (Organizzazione Non Governativa) apartitica e non confessionale con sede a Milano, che dal 1968 si batte per promuovere il riconoscimento del bambino come persona e difenderne ovunque i diritti fondamentali, alla vita, alla salute, alla famiglia, all’educazione, al gioco e all’innocenza.

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Villaggio intorno ad Angkor Wat

Acquistati i biglietti per l’ingresso multiplo ai complessi di Angkor, 40$ per tre giorni, ci portiamo a “Kbali Spean”: sito che raggiungiamo in circa un’ora di pulmino e mezzora di sentiero attraverso la foresta. La salita è a tratti faticosa per via di enormi massi che ostruiscono il passaggio, ma una volta in cima è assai piacevole sedersi all’ombra della foresta. Lungo il corso del fiume, che qui scorre, sono state incise una serie di sculture, tra le quali abbondano i lingam, simboli del dio Shiva. Proseguiamo il pomeriggio con la visita al tempio induista di “Banteay Srei” o Fortezza delle donne: costruito per la maggior parte in arenaria rossa, ha le colonne e le pareti interne con un numero incredibile di accuratissime decorazioni, dedicate al dio indù Shiva. Il rientro è un susseguirsi di foreste e risaie con alcune palafitte in legno, abitate da pochi khmer.

Angkor War, Ta Pronh

Il giorno seguente, proseguiamo la visita ad “Angkor Wat” con il tempio di “Beng Mealea”, completamento inghiottito dalla giungla. Il percorso si svolge su passerelle in legno traballanti, tra enormi radici che inglobano le strutture: il complesso è dedicato a Vishnu, ma vi si trovano scolpiti anche alcuni motivi buddisti. Continuiamo la visita con il “Preah Ko”, che in Lingua khmer significa toro sacro, nome attribuitogli per via della presenza di tre statue del Nandi 2.  Terminiamo la giornata, con il sito di “Bakong” o tempio-montagna, dedicato sembra al dio Shiva; la forma a torre rappresenta il monte Meru, che è la montagna sacra della mitologia induista e buddhista. 

Angkor War, Ta Pronh

L’ultimo giorno a Siem Reap è impegnato alla visita dei complessi più vicini di Angkor Wat;  raggiungiamo con due tuk tuk “Angkor Thon”, che in lingua khmer significa semplicemente Grande Città: al centro del sito vi è il tempio-montagna del “Bayon”, la cui caratteristica distintiva è la moltitudine di visi sorridenti, scolpiti sulle quattro facce delle guglie a sezione quadrata; vi si trovano anche notevoli bassorilievi, che descrivono un’insolita combinazione di mitologia, storia e vita mondana. Ci spostiamo, in seguito, ad un altro tempio-montagna, il “Baphuon”, anch’esso suddiviso in cinque  livelli. Percorriamo quindi la Terrazza degli Elefanti, lunga circa trecento metri, che si collega alla Terrazza del re Lebbroso. Il suo strano nome le venne attribuito, a seguito della scoperta di una statua raffigurante il dio induista della morte, Yama: le condizioni di questa statua, al momento del ritrovamento, ricordavano quelle di una persona affetta dalla lebbra; inoltre, una leggenda locale narra che un sovrano di Angkor sia morto proprio di questa malattia. Proseguiamo poi con il tempio Hindu di Phimeanakas o tempio celestiale, a forma di piramide a tre livelli, sulla cui sommità c’era un tempo una torre. 

Secondo una leggenda, il re passava la prima parte di ogni notte nella torre con una ragazza Nāga, e durante questo incontro, nemmeno la regina poteva intromettersi. Solo durante la seconda parte della notte il re ritornava a palazzo dalla regina. Se una notte il nāga non fosse venuto, allora il re avrebbe avuto i giorni contati; se invece era il re a non andare all’incontro, una calamità sarebbe caduta sulla sua terra.

ZHOU DAGUAN: Usi e costumi della Cambogia

Riprendiamo la visita verso il Preah Kan, per proseguire con il Ta Pronh, monastero buddista Mahayana ed università. L’atmosfera creata dalla combinazione di alberi che crescono sulle rovine e la giungla circostante, lo hanno reso uno dei templi più suggestivi e popolari di Angkor. Terminiamo la giornata con Angkor Wat, forse la costruzione più conosciuto; a differenza degli altri templi, dedicati solitamente a Shiva, questo è consacrato a Vishnu. Uno dei primi visitatori occidentali del tempio fu Antonio da Magdalena, un monaco portoghese che lo visitò nel 1586.

è una costruzione così straordinaria che è impossibile da descrivere con una penna, poiché non c’è un edificio simile al mondo. Ha delle torri e delle decorazioni e quanto di più raffinato che il genio umano possa immaginare

Antonio da Magdalena

Un consiglio per la visita di Angkor Wat: cercate di entrare dalla porta Ovest (ingresso non principale) e lasciatevi sorprendere all’uscita, verso il tramonto, dal riflesso dei templi nel laghetto antistante.
L’ultima sera a Siemp Reap scivola rilassante tra una beerlao e un mojto lemongrass, consumati nel vivace night market.

Angkor Wat

La mattina seguente, quasi all’alba, siamo pronti per partire. Radunati gli zaini nel cortile della guest house, in attesa del bus pubblico, assistiamo al passaggio di alcuni monaci intenti nella rituale elemosina mattutina. Il buddhismo in Cambogia appartiene alla scuola Theravāda, che è la più antica tra quelle tuttora esistenti e la questua è l’unico mezzo di sostentamento. Il vitto-base del monaco dovrebbe essere costituito da pane e acqua, brodo e riso cotto, e comunque non deve ingerire alcun alimento solido tra mezzogiorno e l’alba del mattino successivo.
Verso le 8, stipati come le sardine, raggiungiamo il molo d’imbarco sul lago Tonle Sap. Da qui, trasbordati i bagagli su di una slow boat, partiamo quasi subito per costeggiare un tratto del lago e imboccare poi il corso di un fiume. L’imbarcazione è una lunga canoa in legno, con due file di panche parallele ed una tettoia, per sistemare bagagli e parte dei passeggeri: noi ci piazziamo sopra la stessa, avendo l’accortezza di proteggerci dal sole. La navigazione dura in tutto circa 8 ore, con un’ unica sosta ristoro in un ristorantino galleggiante. Lo spettacolo che ci circonda è superbo, si susseguono piccoli villaggi galleggianti, abitati da pescatori e pianure sconfinate. Qui tutto è costruito sull’acqua e nella stagione delle piogge, la terra ferma si allaga per chilometri.
Verso le 18 sbarchiamo a Battambang, seconda città cambogiana per numero d’abitanti. Non ha molto da offrire, ma è piacevole passeggiare lungo il corso del fiume e fermarsi a bere una birra in uno dei locali che qui si affacciano.

Battambang, ospedale di Emergency

La mattina seguente incontriamo il monaco Vy Sovechea del Wat Damrey Sar, in lingua Khmer Wat significa tempio, che ci introduce al buddismo in Cambogia,   elencandoci i quattro nobili principi di base di questa religione: il fedele cerca di guadagnare meriti, mediante donazioni ai templi, comportandosi in modo corretto e giusto, rispettando gli altri e cercando di non perdere mai la calma. Il primo voto dei monaci è la mendicità e il primo dovere di un buon buddista è l’offerta. Durante la dittatura dei Khmer Rossi, i monaci furono costretti ai lavori forzati e molti di loro persero la vita; in più gran parte dei wat del Paese furono distrutti. Tradizionalmente, ogni uomo trascorre qualche anno della sua vita all’interno di un monastero, ma il voto è revocabile in qualsiasi momento. Presso questo tempio, esiste infatti l’università buddista e una scuola superiore gratuita.
Nel pomeriggio ci spostiamo presso l’ospedale di Emergency, poco fuori la città. Incontriamo un medico svizzero che per alcune ore ci intrattiene, facendoci visitare l’ospedale e spiegando le ragioni della costruzione di questo centro. In Cambogia, dopo l’avvento dei Khmer Rossi, gran parte degli intellettuali e della gente che possedeva un’ istruzione medio alta, è fuggita o è stata annientata (il fatto di indossare gli occhiali era motivo sufficiente, per essere perseguitati). Al termine di questa feroce dittatura, il paese si è trovato sprovvisto di una classe dirigente adeguata e nel caso della sanità, i medici non esistevano quasi più. A peggiorar le cose, specie in alcune aree del paese, il perpetrarsi di conflitti, per più di venti anni, ha fatto sì che i campi di battaglia sono ancora colmi di ordigni inesplosi o di mine anti-uomo. L’ospedale, nato appunto per curare le vittime di questi meccanismi, si sta trasformando in un centro traumatologico, dove fortunatamente solo il 10% dei ricoverati è vittima di esplosivi.

PROGRAMMA CAMBOGIA
Centro chirurgico di Battambang

Rientrando verso il centro ci fermiamo presso l’ONG Phare Ponleu Selpak, una scuola d’arte circense che fornisce supporto a bambini e giovani disagiati. L’accademia permette di  accedere ad una carriera artistica sostenibile preservando e promuovendo le arti e la cultura della Cambogia. Presso il loro ristorante consumiamo anche la cena assistendo allo spettacolo.

La mattina dopo, a bordo di alcuni tuk tuk, andiamo a visitare il Phnom Banan Temple che dista circa 27 chilometri dal centro di Battambang. Il percorso è prevalentemente immerso in una fitta foresta che si dirada solo in prossimità di alcuni piccoli villaggi. Il Wat Banan è situato in cima ad una collina che si raggiunge dopo aver salito 358 scalini affiancata da balaustre decorate con i serpenti nāga 3.

Phnom Banan Temple

Tutt’intorno al sito, si sviluppa una fitta foresta, che ha vissuto nei decenni passati violenti scontri armati, i cui segni ben visibili ancor’oggi sono evidenziati dai numerosi cartelli con la scritta “Danger!! Mines!!”. Qui è passato l’ultimo fronte della guerra tra l’esercito governativo e i Khmer Rossi e si è combattuta fino al ’97. Riprendiamo i nostri mezzi a tre ruote, per spostarci verso la prossima meta: le grotte del Phnom Sampeau. Un luogo terribile, che raggiungiamo percorrendo gli ultimi chilometri a bordo di motorini guidati da giovani taxisti; le pendenze da superare sono troppo eccessive per i poveri tuk tuk. Le grotte di Phnom Sampeau sono infatti il luogo d’esecuzione, dove i Khmer Rossi uccisero le loro vittime: le allineavano sul bordo di un pozzo e poi gettavano il cadavere nella cavità.  Vi sono diverse grotte, che tradizionalmente servivano come templi buddisti; oggi invece vi è un grande memoriale con la statua di un Buddha dorato, in posizione distesa, ed accanto i teschi e le ossa rinvenuti nelle caverne.

Alle 7.30 della mattina ci prepariamo a partire, con un autobus di linea, verso la capitale. Dopo alcune soste in improbabili autogrill, arriviamo a Phnom Pen nel primo pomeriggio. Posiamo i nostri zaini nella guest house e poi entriamo nel palazzo reale: al suo interno si trova la Pagoda d’argento (Wat Preah Keo in Khmer), dove sono ospitate molte statue in oro raffiguranti Buddha. La più significativa è un piccolo Buddha di cristallo verde, conosciuto come il “Buddha di Smeraldo” della Cambogia. Si suppone che il monastero fosse intarsiato con più di 5.000 piastrelle d’argento e parte della sua facciata esterna fosse stata ristrutturata con marmo italiano. Tuttavia, solo una piccola area di queste piastrelle sono tuttora visibili, all’ingresso della pagoda.

La mattina successiva iniziamo la visita al Museo del genocidio di Tuol Sleng, anche ribattezzato Ufficio di Sicurezza 21 (S-21). Dal 1976 al 1979 furono imprigionate, e vi trovarono la morte, circa 17.000 persone (qualche stima suggerisce 20.000, ma il numero reale è sconosciuto). La struttura ospitò dapprima i militari ed i collaboratori del deposto regime di Lon Nol e successivamente gli intellettuali, la classe borghese, i professionisti e, nell’ultimo periodo, tutti i sospetti controrivoluzionari e gli appartenenti alla fazione provietnamita e filosovietica del regime. Un filo spinato ed una cancellata separa il caotico traffico della capitale dal silenzio del museo; all’interno nelle varie sale, sono affisse alle pareti le immagini di quanti qui vi trovarono la morte. Al termine della visita incontriamo Chum Mey, uno dei pochi sopravvissuti al S-21 grazie alle sue capacità di meccanico. Con lui, grazie ad un traduttore, ci intratteniamo per oltre un’ora a farci raccontare la vita all’interno di Tuol Sleng. Ad una domanda sola il traduttore si è rifiutato, e cioè: “cosa pensa Chum Mey del fatto che alcuni ex Khmer Rossi ricoprono oggi posti di potere, nell’attuale governo Cambogiano?”; la spiegazione data dal traduttore ci lascia con l’amaro in bocca: “non è permesso parlare del governo e in più Chum Mey è protetto dalle Nazioni Uniti ma non io…” 
Usciti dal museo, ci dirigiamo prima verso il russian market, chiamato così perché era un mercato popolare, tra gli espatriati russi durante gli anni ’80. È un mercato stretto, ma vale la pena visitarlo e si troverà di tutto, dalle statue intagliate a mano, lanterne colorate, sciarpe di seta fatte a mano, borse contraffatte, magliette stampate e DVD.
Ultima tappa odierna, la dedichiamo al Wat Phnom o Mountain Pagoda, costruita sull’unica collina della città. La leggenda vuole che una ricca vedova di nome Penh (comunemente chiamata nonna Penh) trovò un grande albero koki nel fiume; all’interno dell’albero vi erano quattro statue di bronzo del Buddha, Penh costruì un piccolo santuario su di una collina artificiale, creata dalle persone che vivevano nel villaggio, per proteggere le statue: questo divenne così un luogo sacro ed un santuario. L’ultima cena nella capitale la consumiamo presso il Lotus Blanc Training Restaurant, va citato perché oltre ad esserci trovati veramente bene, è una scuola alberghiera gestita da un ONG (PSE For a Child’s Smile), che cerca di recuperare i ragazzi di strada, avviandoli alla professione di ristoratori.

La mattina seguente, visitiamo rapidamente il museo Nazionale: al suo interno vi è una delle più grandi collezioni al mondo d’arte Khmer, tra cui sculture, ceramiche, bronzi e oggetti etnografici. Dopo un’ultima passeggiata sul lungo fiume, ci sistemiamo sul bus pubblico, che da Phnom Penh in circa sei ore ci porta sulla costa a Sihanoukville: conosciuta anche come Kampong Som, si affaccia sul golfo del Siam ed è una città di recente costruzione, è il più importante porto marittimo della Cambogia, e le sue spiagge stanno diventando una popolare attrazione turistica. Come già visto presso il night market nel centro di Siem Reap, anche qui i locali per turisti crescono e si moltiplicano, cercando di soddisfare tutte le richieste dei vacanziere, anche quelle più pruriginose… Non è difficile notare lungo la spiaggia, ai banconi dei bar, numerose giovani ragazze asiatiche in attesa di compagnia.   

Lasciamo la caotica Sihanoukville e saliti su una tradizionale imbarcazione, messa a disposizione dal CCS Italia, raggiungiamo il paradiso di Koh Rong Sanloem. Alloggiamo in due palafitte, costruite sul pontile dove attraccano le imbarcazioni; non c’è acqua corrente e l’elettricità è garantita da un gruppo elettrogeno; ma è un paradiso! L’acqua cristallina invita a tuffarsi, e indossate le maschere, si apre un paesaggio sottomarino superbo, stelle marine, ricci e pesci di tutti colori si vedono con facilità, anche a riva. Dopo un bagno rigenerante in questo eden, riprendiamo la nostra imbarcazione per visitare il cantiere di una scuola elementare, finanziata dal CCS Italia, sull’isola poco distante di Koh Rong.

CCS Italia – Centro Cooperazione Sviluppo Onlus nasce a Genova nel novembre 1988, come associazione di solidarietà internazionale senza scopo di lucro, laica, apartitica e aconfessionale, impegnata nei Paesi del Sud del mondo e in Italia con progetti dedicati principalmente al settore dell’istruzione. Migliorare le condizioni di vita dei bambini nell’ambiente in cui vivono, attraverso iniziative concrete di sostegno alla loro educazione, al loro benessere e al loro sviluppo è la missione associativa. I principali beneficiari dei progetti sono bambini e bambine ai quali vogliamo garantire l’accesso a una educazione di base di qualità, migliori condizioni di vita, possibilità di crescita e sviluppo, per diventare adulti pienamente consapevoli e responsabili, senza essere costretti a lasciare il proprio paese e le proprie radici.

RAM viaggi

Terminiamo la nostra giornata con una piacevole sorpresa sulla spiaggia di Sonaya: presso il Pura Vita ci concediamo un’ottima mango cake ed una tazza di caffè fatto con la moca. I gestori sono una coppia di italiani, che hanno deciso di aprire su questa spiaggia solitaria il loro resort. Il giorno seguente, ci imbarchiamo nuovamente per raggiungere il villaggio di Sopsan e visitare altre scuole primarie finanziate dalla ONG Italiana. Passiamo vicino all’isolotto di Koh Koum, disabitata perché, secondo la tradizione residenza di un nāga

Progetto a KOH RONG – villaggio Sopsan.
Inizio intervento: 2008.
Minori sostenuti: 45
Controparte locale: Distretto dell’Educazione Sihanoukville
La comunità di Sopsan ove il CCS interviene si trova a circa 8 km nella parte Sud dell’isola di Koh Rong a 54 Km dalla costa di Sihanoukville, in mare aperto . L’area è priva di scuole pre primarie e la scuola primaria della comunità accoglie pochi bambini, le cui famiglie vivono principalmente di pesca, agricoltura di sussistenza e vendita di legname. L‘intervento prevede attivitá di supporto verso la scuola comunitaria e l’avvio e mantenimento di una scuola pre primaria. Particolare attenzione viene data agli studenti particolarmente bisognosi, all’alimentazione nella scuola pre primaria, alla formazione dei professori e alla struttura scolastica, con particolare attenzione all’accesso di acqua potabile e all’igiene.

RAM viaggi

Koh Rong Sanloem

Con negli’occhi ancora il colore del mare e delle spiagge solitarie dell’arcipelago di Koh Rong prendiamo la via del ritorno.
Da Sihanoukville alla periferia di Phnom Penh in bus e poi con alcuni tuk tuk via verso l’aeroporto e il rientro in Italia.

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Notes:

  1. è un prodotto tradizionale della cucina cambogiana ottenuto tritando finemente gli ingredienti e macinandoli insieme in un mortaio. Ci sono molti ingredienti che possono essere utilizzati per ottenere questa pasta di erbe, ma i più comuni sono la citronella, la buccia e le foglie di lime kaffir, la galanga, la curcuma, l’aglio, lo scalogno, peperoncino e alcuni rizomi.
  2. Nel pantheon della religione induista, Nandi è la mitica cavalcatura di Shiva. Si tratta di un toro di colore bianco (simbolo di purezza), le cui quattro zampe rappresentano la Verità, la Rettitudine, la Pace e l’Amore
  3. I nāga (नाग, “serpente”) sono un’antica razza di uomini-serpente presente nella religione e nella mitologia vedica e induista

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